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La Missione di Rasputin


Eu Act
presenta
LA MISSIONE DI RASPUTIN
di GÉZA SZŐCS
Traduzione di TOMASO KEMENY

Regia e performers
PAOLO ANTONIO SIMIONI
STEFANO ANDREOLI
ALESSIA PELLEGRINO
LEO KOPACIN GEMENTI

Con la partecipazione di
WERNER DI DONATO e PAOLO FAGIOLO

Burattino di Rasputin realizzato da
RITA ALEXICS

Postproduzione Multimedia
EZZTHETIC

Tutto accade tra la seconda metà di luglio e i primi giorni di agosto del 1914.

Il personaggio di Rasputin è molto diverso dalla figura di santone avventuriero che ci si può aspettare. E’ una figura sofferente a causa di una sensibilità esacerbata dalle visioni di catastrofe e morte, che lo visitano tramite la figura di un arcangelo. Una sofferenza che l’ha condotto a una forma di purezza che rasenta l’ingenuità.

I sovrani che incontra hanno un tale rapporto col proprio ruolo politico, da fare di loro delle parodie, delle marionette, stremate da un senso di inferiorità e di irrilevanza, su cui grava il peso di un destino ineluttabile, che Rasputin vorrebbe contrastare. “Scivola l’asino sul ghiaccio finché non si spezza le gambe”. Essi rappresentano un mondo ormai stremato, incapace di vedere il pericolo, un pericolo che ha mille facce, una delle quali parte dalla Svizzera “in uno scompartimento blindato”.

Egli ha visto tutto ciò che segnerà tragicamente i cento anni di storia a venire, e pretende di sapere quanto poco basterebbe per sviare il destino. Ma l’orologio fa tic tac, il tempo sta scadendo e Rasputin è solo. Preferirebbe trascorrere il suo tempo comprando prostitute ancora vergini piuttosto che essere gravato dalla croce di una tale responsabilità. Vorrebbe scomparire, dimenticare. Ed è proprio Loulou l’unico conforto “in questa situazione di merda sconfinata”.

Gli abitanti di Hiroshima dormono sereni i loro sonni, e Auschwitz è un piccolo pacifico villaggio, ma i sovrani che dovrebbero frenare la catastrofe rappresentano un’umanità per cui “Dio è spacciato, finito, giunto al termine… crepato, schiattato, fallito”.

C’è nelle previsioni di Rasputin anche qualcosa di ironico, vede il futuro in pixel e questo linguaggio tecnologico usato fuori contesto acquista in sé un carattere grottesco, che anticipa la desolazione di un’umanità schiava della tecnica.

La cinica struttura mentale di un politico è in grado di calcolare che 100 milioni di morti in 100 anni, in fondo, non sono che un milione di morti all’anno. La tecnica è anche aritmetica.

Tutta l’azione inutile e senza speranza si chiude con la figura, avvolta in un silenzio angosciante, di Gavrilo Princip, l’uomo che con “due-tre colpi d’arma da fuoco ha spedito decine di milioni di disgraziati negli inferi”. Allora, come oggi, “cominciava la fine del mondo”.

Telequattro, intervista a Paolo Antonio Simioni
Espansione TV, intervista a Paolo Antonio Simioni e Alessia Pellegrino

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